Il Portogallo è conosciuto nel mondo anche per una scelta coraggiosa: nel 2001 è stato tra i primi paesi a depenalizzare il consumo di tutte le droghe, comprese eroina e cocaina, trattando la tossicodipendenza come un problema di salute pubblica e non come un crimine. Più di vent'anni dopo, il "modello portoghese" è studiato da governi ed esperti di tutto il mondo.
L'epidemia degli anni Novanta
Negli anni Ottanta e Novanta il Portogallo, uscito da poco dalla dittatura e rimasto a lungo isolato, fu travolto da un'epidemia di eroina. Si stima che circa l'1% della popolazione ne facesse uso; quasi ogni famiglia conosceva qualcuno colpito. A Lisbona il quartiere del Casal Ventoso era diventato uno dei più grandi mercati di droga a cielo aperto d'Europa. Le infezioni da HIV tra i consumatori di droghe per via iniettiva erano tra le più alte dell'Unione europea, e le carceri erano piene di persone condannate per consumo.
La riforma
Nel 1998 il governo affidò a una commissione di esperti, tra cui il medico João Goulão, che sarebbe diventato il volto della riforma, il compito di elaborare una strategia nazionale. Il risultato fu la legge 30/2000, entrata in vigore nel luglio 2001. Il possesso di droghe per uso personale, fino a una quantità corrispondente a circa dieci giorni di consumo, non è più un reato penale ma un illecito amministrativo. Chi viene fermato non va in tribunale: la droga viene sequestrata e la persona viene convocata davanti a una Commissione per la dissuasione della tossicodipendenza, composta da un giurista, un medico o psicologo e un assistente sociale, che valuta la situazione e può proporre un trattamento, imporre sanzioni come multe o lavori socialmente utili, o archiviare il caso.
È importante capire che cosa la riforma non ha fatto: le droghe non sono state legalizzate, lo spaccio e il traffico restano reati puniti severamente, e il consumo in pubblico resta vietato. Il vero cuore del modello è stato l'aumento massiccio delle risorse per la prevenzione, il trattamento (con programmi di metadone ampiamente accessibili), la riduzione del danno e il reinserimento sociale e lavorativo.
I risultati
Nei vent'anni successivi i risultati sono stati considerati in gran parte positivi: le nuove infezioni da HIV tra i consumatori di droghe sono crollate, i decessi per overdose sono rimasti tra i più bassi dell'Europa occidentale, il numero di persone in carcere per reati legati alla droga è diminuito e quello delle persone in trattamento è aumentato. Il consumo complessivo non è esploso, come temevano i critici, e il paese non è diventato una meta di "turismo della droga".
Le critiche recenti
Negli ultimi anni il modello mostra segni di affanno. Dopo la crisi del 2011 i finanziamenti e la struttura che coordinava la politica sulle droghe sono stati ridimensionati, e in alcune città, soprattutto a Porto e in alcuni quartieri di Lisbona, è aumentato il consumo visibile in strada, compreso quello di crack, con proteste di abitanti e commercianti. Il dibattito politico si è riacceso, con chi chiede più polizia e chi invece più investimenti nei servizi sanitari e sociali che avevano fatto il successo della riforma. Lisbona ha aperto alcune sale di consumo supervisionato.
Una lezione per l'Europa
Il caso portoghese mostra che la depenalizzazione da sola non basta: funziona quando è accompagnata da servizi di salute, trattamento e inclusione sociale ben finanziati. Per questo continua a essere un punto di riferimento nel dibattito internazionale sulle politiche sulle droghe. Per un quadro più ampio del paese, vedi il Portogallo oggi e la sanità in Portogallo.